La letteratura per comprendere la realtà

 


...una esemplificazione di che cosa vuol dire insegnare la realtà attraverso tutte le discipline.


 

Brano tratto dall'Introduzione di "Dante poeta del desiderio" di Franco Nembrini

Come accennavo, ho avuto un’insegnante di italiano alle medie che mi ha comunicato una passione: ci trattava da grandi, scommetteva su di noi in un modo commovente, ci trascinava dentro una passione per la letteratura che a me incantava; e ricordo benissimo che alla fine dell’esame di terza media le strinsi la mano dicendole: «Professoressa, io le giuro che diventerò insegnante d’italiano».

Ho fatto questo giuramento perché in quella professoressa avevo visto che insegnare poteva essere la realizzazione di sé nella passione di comunicare tutto ciò che di bello uno aveva cominciato a scoprire e a imparare nella vita. Ci aveva fatto studiare tanto, seriamente, come da programma ministeriale: Inferno in prima, Purgatorio in seconda, Paradiso in terza. Ci faceva studiare anche dei brani a memoria; e io che ero un ragazzino discretamente diligente, studiavo: c’è da studiare, si studia, anche se non capivo perché valesse la pena studiare a memoria, cosa ritenuta a quell’età comprensibilmente fastidiosa, faticosa.

Poi m’è accaduto un episodio che ha veramente dato la svolta alla mia vita; nel senso che io colloco lì l’origine della mia passione per Dante e per la letteratura, la scoperta dell’interesse che poteva avere la letteratura nella vita di una persona.

Io sono il quarto di dieci figli, e papà era malato di sclerosi multipla, per cui appena possibile si andava a lavorare per dare una mano in casa. Così alla fine della prima media sono stato mandato a fare il garzone in un negozio di gastronomia a Bergamo. E un po’ per comodità, un po’ grazie all’ospitalità della famiglia proprietaria del negozio, stavo da loro dal lunedì mattina al sabato sera: si evitavano la spesa del pullman e i rischi del viaggio, mi davano da mangiare, quindi andava bene così. Io però ne soffrivo parecchio: per la prima volta, a dodici anni, ero lontano da casa, e a lavorare sodo, nel senso che bisognava faticar molto. Cercavo anche di mandare dei biglietti a casa, tramite una zia che faceva avanti e indietro da Trescore a Bergamo, cercavo di scrivere qualcosa per dire un po’ a mia mamma la mia fatica, la mia nostalgia di casa; ma mi uscivano sempre quattro frasi insignificanti, e buttavo via tutto.

In questa situazione mi ricordo come fosse adesso la sera in cui mi hanno chiesto il favore, dopo una giornata dura di lavoro, alle dieci di sera, di scaricare il furgone che era appena arrivato delle casse di acqua e di vino; non ce la facevo veramente più, e allora andavo su e giù da questa scala ripida che portava al magazzino del negozio con quelle casse pesantissime e piangevo. E lì c’è stato un istante in cui mi sono bloccato, con la mia cassa di vino in mano, perché improvvisamente mi è tornata in mente (la memoria è andata a ripescarla) una terzina del Paradiso, dove il trisavolo Cacciaguida predice a Dante l’esilio con queste parole:

E proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.

«Lo scendere e ’l salir per l'altrui scale»: esattamente quello che stavo facendo io. Rimasi lì folgorato, letteralmente folgorato da questa impressione; per cui mi chiesi: «Ma com’è possibile? Io sto diventando matto per cercare le parole per dire, per fotografare quello che mi sta accadendo, e trovo in una terzina di un’opera di settecento anni fa descritta l’esperienza che faccio. Ma allora vuol dire che Dante parla di me, che ha qualcosa da dire a me».

Fu la scoperta dell’interesse: inter-esse, essere dentro, la scoperta che ero dentro la Divina Commedia. E quando tornai a casa la lessi in modo furibondo; e poi ci volle poco a capire che questa scoperta valeva anche per i Promessi Sposi, per le poesie di Leopardi, per tutta l

a grande letteratura... di più, valeva per tutta la grande arte, per la natura stessa. Tutto in qualche modo parlava di me, tutto era interessante. Interessante, inter-esse, c’ero dentro io. La Divina Commedia era la mia storia, e tutta la grande letteratura e tutto quello che i grandi avevano detto parlava di me, interrogava me, aveva qualcosa da dire a me. Non l’ho più dimenticato; anzi è stata questa la molla della mia passione per la letteratura, per Dante in primis, ma poi per tutto il resto.