Da una conversazione con Rachele Sagramoso
Nel 1904 uno psicologo americano, G. Stanley Hall, pubblica un trattato di novecento pagine intitolato semplicemente Adolescence, primo libro al mondo a trattare l’età fra la pubertà e la maturità come oggetto di studio scientifico, con una sua fisiologia e una sua psicologia. Prima di quella data il termine esisteva da secoli, ma indicava solo un tratto di via che nessuno aveva ancora isolato, misurato, raccontato come una fase a sé. Da allora la chiamiamo così anche noi, e ci sembra che sia sempre esistita.
Vale la pena chiedersi cosa sia successo prima che qualcuno scrivesse quel libro. Non perché prima del 1904 i ragazzi fossero più tranquilli — le passioni forti di quell’età le conosceva bene anche Tommaso d’Aquino, che nella Summa contra Gentiles osserva come i figli debbano essere istruiti a lungo dai genitori perché, in quell’età, «l’impeto delle passioni» altera il giudizio della prudenza. Ma per Tommaso questo non è un guasto da sopportare con l'attesa, ma al contrario è un campo aperto su cui l’adulto interviene, con pazienza e per lungo tempo, perché la ragione non si forma più in fretta di quanto si formino le passioni (molto più recentemente le neuroscienze confermeranno questa intuizione sulla maturazione della corteccia prefrontale) .
Lo stesso vale, sorprendentemente, per Hall: il padre della parola «adolescenza» non era affatto un fatalista. Temeva anzi che la deriva di quell’età potesse condurre a un declino del costume, e scriveva il suo trattato come guida per insegnanti e operatori sociali. Voleva più intervento educativo, non meno.
Così il sospetto che mi porto dietro da un po’ prende forma più precisa. Non è vero che la tradizione ci abbia mai insegnato che gli adolescenti «ci devono passare», da soli, mentre gli adulti aspettano fuori dalla porta. È vero il contrario: chi per primo ha pensato quest’età la pensava come il momento in cui serve più presenza, non come il momento in cui ci si ritira in buon ordine.
Allora da dove viene il «ci devono passare» che sentiamo ripetere per ogni difficoltà di questi anni, dalla tristezza al ritiro sociale al primo bicchiere di troppo? Una parte di responsabilità è storica: prima vengono le fabbriche, che strappano i ragazzi dalla prossimità quotidiana con gli adulti della famiglia. Poi la scuola dell’obbligo nasce - in parte - come riparazione, per togliere i bambini dal lavoro. Ma industrializzazione e scuola insieme producono il risultato che abbiamo ereditato: uno spazio sociale organizzato per classi di età, in cui il ragazzo passa il tempo più lungo della sua giornata fra coetanei e figure professionali distanti, e sempre meno accanto a un adulto che lo conosce per nome da prima che nascesse. Non è la scuola che ruba tempo ai genitori. È che la scuola e la fabbrica hanno reso normale la segregazione per età.
L’altra parte di responsabilità è culturale, e arriva più tardi, con la lettura psicoanalitica del Novecento, che immagina l’adolescente fondamentalmente solo, in conflitto necessario con genitori ormai inadeguati ad aiutarlo. Da lì il passo verso il «ci devono passare» è breve: se il conflitto con l’adulto è normale e perfino sano, allora l’attesa passiva diventa una virtù pedagogica invece di una rinuncia. Peccato che sia una lettura che nessuno dei fondatori della disciplina avrebbe firmato.
Le neuroscienze contemporanee, da questo punto di vista, non dicono affatto quello che la vulgata vorrebbe far credere. Daniel Siegel, che studia da decenni il cervello adolescente, descrive questi anni come un cantiere di ristrutturazione neurale — potatura e mielinizzazione — il cui scopo è produrre un cervello più integrato. Il sistema della ricompensa si modifica, la soglia della noia si abbassa, la ricerca di novità ed esperienze rischiose diventa gratificante quasi per costruzione biologica. È così che dovrebbe essere: se un adolescente non rischia e non esplora, scrive Siegel, c’è un problema serio. Il rischio non è un effetto collaterale di questa età. È il programma.
Ma lo stesso Siegel, quando descrive cosa rende sana questa fase invece che pericolosa, non parla di autonomia totale, ma di attaccamento sicuro: l’adolescente ha bisogno di un adulto che gli offra insieme un porto sicuro e una rampa di lancio. Il rischio, perché sia formativo e non distruttivo, ha bisogno di una rete che lo accompagni — perché è proprio in questi anni, mentre il cervello si rimodella, che la potatura neuronale può rivelare circuiti vulnerabili, e che esordiscono più spesso i disturbi mentali più seri.
Qui si chiude il cerchio. Abbiamo costruito, con la scuola e con le età separate, un teatro in cui il rischio biologicamente necessario si gioca quasi solo fra pari, lontano dagli adulti che potrebbero fare da porto sicuro. E abbiamo aggiunto, con una certa cultura psicologica diffusa, l’idea che questo allontanamento sia non solo inevitabile ma augurabile. Il risultato è un’età in cui si chiede ai ragazzi di vivere un’avventura vera, con conseguenze vere, dentro una cornice pensata apposta perché gli adulti restino fuori. Non è una prova generale prima della vita vera. È vita dove ci si può fare male.
Tommaso direbbe che le passioni vanno accompagnate finché la ragione non è in grado di governarle da sola. Hall direbbe che servono più agenzie educative, non meno. Siegel direbbe che serve un porto sicuro accanto alla rampa di lancio. Nessuno di questi tre, messi insieme per la prima volta in una stessa pagina, direbbe «ci devono passare».
Da dove viene questo “Ci deve sbattere la testa” che diciamo degli adolescenti, convinti che il trauma dell’errore solitario sia l’unico vero rito di passaggio verso l’età adulta?
Non è una legge di natura, è il frutto avvelenato della cosiddetta pedagogia nera e di un’idea distorta di socializzazione. È la comoda scusa di un mondo adulto che sceglie di non occuparsi di ciò che i figli fanno, un modo per lavarsi le mani dicendo: “Sbatta pure la testa, così poi torna normale, si adegua e il mercato del lavoro potrà sfruttarlo come un adulto fatto e finito”.
Oggi tendiamo a considerare l’isolamento degli adolescenti e il loro scontro frontale con la realtà come dinamiche automatiche, quasi fisiologiche. “Gli adolescenti fanno così, è l’età”, si sente dire.
Ma non c’è nulla di automatico.
Questo presunto isolamento è, in verità, il risultato di politiche stolte e sbagliate, l’esito di un vero e proprio abbandono. Non è una scelta dei ragazzi, è una nostra omissione di soccorso educativo. Non possiamo accettare l’idea che l’unica via per crescere sia la solitudine. I giovani non devono essere lasciati soli a sbattere contro il muro della vita; devono poterci arrivare da soli, certamente, ma supportati da adulti capaci di mostrare loro la realtà delle cose, la verità. La loro verità.
L’età adulta non può e non deve poggiarsi su un deserto di solitudine. Al contrario, deve fondarsi sul principio cardine di una prossimità tra generazioni. Una società sana si riconosce dalla capacità di tessere una trama in cui:
- L’anziano e l’adulto suggeriscono e tramandano la memoria al più giovane.
- Il giovane impara, accogliendo l'esperienza di chi lo ha preceduto.
- L’adulto, a sua volta, si fa contagiare dalla creatività e dall'inventiva dei ragazzi, qualità vitali che il tempo rischia di spegnere.
Quando questa catena si spezza, l’isolamento diventa lo spazio ideale per le manipolazioni. La storia, del resto, ce lo insegna: le dittature si sono sempre approfittate dell’energia e della vulnerabilità degli adolescenti. Pensiamo ai ragazzi del '99 mandati in trincea a combattere una guerra devastante, alla Jugendreich, alla gioventù fascista. La politica e le ideologie strumentalizzano da sempre la giovinezza, e dinamiche simili si riflettono anche in certi movimenti contemporanei, come l’attivismo LGBT, che intercettano il bisogno di appartenenza dei ragazzi rimasti senza guide.
Sia chiaro: fare esperienza e misurarsi con il limite è necessario. Ma un conto è uno “sbatterci la testa” che produce un trauma cranico emotivo e l'alienazione; un altro è un percorso guidato che porta il ragazzo a dire: “Ci sono arrivato da solo”.
Il presupposto di partenza cambia radicalmente. Nel primo caso c’è l’abbandono; nel secondo c’è l’autonomia riconquistata grazie a un passaggio di conoscenza. È tempo di rifiutare la narrazione dell’adolescenza come un’isola separata e re-imparare l'arte di camminare insieme.
