Una collega mi racconta di una sua alunna con l'astuccio pieno di penne di una marca famosa, di quelle che costano un occhio.
Mi ha fatto pensare. Perché c'è un ritornello che gira da anni — i genitori di oggi non mettono più i figli al centro, non danno attenzione, pensano solo a sé. E l'astuccio dice il contrario: quei genitori l'attenzione la danno eccome. Si privano, comprano, procurano…Il punto non è se diano attenzione, quanto piuttosto di che attenzione si tratti.
Perché un astuccio pieno di penne costose può essere un segno d'amore, ma può anche essere il contrario: il modo più rapido per chiudere la pratica. Comprare è semplice. Mettersi in ascolto di quel figlio, nelle sue singole manifestazioni di bisogno e di crescita, è molto più faticoso — e molto meno visibile. Si può ricoprire un bambino di cose proprio per non doverlo guardare.
Fin qui, immagino, siamo d'accordo in molti, perché è relativamente facile puntare il dito contro questo modo di “viziare” i ragazzi. Il problema comincia dopo, con la soluzione che va per la maggiore.
Più o meno il ritornello è questo: Bisogna tornare alla severità. Recuperare il rigore, la scuola che forma al sacrificio, la famiglia che sa dire di no. I ragazzi una volta rigavano dritto perché l'educazione era rigida; ora guarda che disastro. Più no, più limiti, più carattere.
Sembra proprio una soluzione di buon senso. Peccato che sia sbagliata.
Sbagliata non perché i limiti non servano — servono, e tornerò sul punto — ma perché scambia il limite per un metodo. E il limite non è un metodo. Per vederlo bisogna distinguere due cose che la ricetta della severità tiene insieme alla rinfusa: l'età del bambino, e il significato del "no".
Comincio dall'età, perché qui Giuseppe Fioravanti ha scritto pagine che andrebbero rilette. In Educare alla libertà divide la crescita in tre fasi, ciascuna con un suo compito. Dalla nascita ai tre anni è la fase della libertà «da»: il bambino si libera progressivamente dalla dipendenza fisica, e l'obiettivo dei genitori deve essere uno solo, il rispetto. A quest'età la rigidità severa non educa: fa danno. Fioravanti lo dice quasi con queste parole — davanti al bambino piccolo che afferra ogni cosa e se la porta alla bocca «dovremo reprimere l'istinto che ci porterebbe a sgridarlo o addirittura a picchiarlo sulle manine perché deve imparare». Meglio le prese di corrente di sicurezza che, scrive, «percosse e urlacci». Sgridare, urlare, punire un bambino piccolissimo per manifestazioni che sono bisogni innati e fatti fisiologici non lo forma: lo spaventa e basta. (Chi pensa di temprare il carattere di un neonato non ha capito che cos'è un neonato.)
Poi il bambino cresce, e arriva la fase della libertà «di» — di muoversi, decidere, volere. Qui sì, arrivano i no. Ma proprio qui Fioravanti pone la domanda che taglia: occorre «fare un piccolo esame di quanti no diciamo e di quante proibizioni poniamo, per vedere quali siano effettivamente necessari». E domandarsi, per ciascuno: lo dico «perché mi darebbe fastidio il contrario, perché è una mia idea fissa, oppure perché è oggettivamente utile alla loro educazione»? Il no ha valore solo quando serve. Imposto come abitudine, come stile, come bandiera, non educa nessuno.
È esattamente la cosa che ho provato a dire qualche tempo fa in una lettera che è finita in un libro di Rachele Sagramoso, Siamo fatti per amare. La domanda da cui partivo era: come si fa a innalzare il "no" a regola educativa? Perché certi rifiuti vengono vissuti in modo diversissimo da bambino a bambino, e soprattutto perché quello che non dovremmo mai fare è negare i bisogni. È dai bisogni negati che vengono quasi tutti i disagi di una generazione insicura e perennemente in analisi. Insegnando ad accettare tutti i no, scrivevo, rischiamo di educare soldatini, da consegnare a chi li saprà dirigere meglio di noi. Ecco il paradosso che la ricetta della severità non vede: il no come metodo non produce uomini liberi. Produce conformisti ubbidienti. Si crede di fare i duri e si fabbricano i docili.
Dire no, allora, non è una regola da applicare a freddo o da stabilire a priori. È un'arte. Un potere da amministrare con parsimonia. Si nega tutto ciò che non è opportuno, mai i bisogni. E per distinguere serve una sensibilità che il metodo, per definizione, non ha: capire, per quel figlio e in quella situazione, se davanti hai un bisogno o una richiesta. (Rachele, commentando, affinava giustamente il punto: anche il cosiddetto capriccio ha un significato, e va indagato, non solo tamponato. Il discrimine vero non è bisogno contro capriccio, ma se la risposta è adeguata al bisogno reale che sta sotto.) Niente di tutto questo si lascia ridurre a una regola fissa.
E qui arriva il terzo nodo, il più importante: che cosa significa, davvero, mettere il bambino al centro.
Perché c'è chi liquida la faccenda così: ma quale mettere al centro, i bambini di oggi sono già viziati, ricoperti di tutto, sommersi di attenzioni. È vero che sono sommersi di cose. Lo vediamo nell'astuccio. Fioravanti lo chiamava, già decenni fa, «permissivismo consumistico»: il bambino sepolto sotto «costosissimi quanto inutili giocattoli». Ma confondere questo con il mettere al centro è proprio l'errore. Viziare non è mettere al centro. È, semmai, il contrario: è spostare l'attenzione su qualcosa che si compra, perché è più comodo che mettersi in discussione. L'astuccio pieno e il bambino non ascoltato stanno benissimo insieme. Anzi, spesso vanno a braccetto.
Mettere il bambino al centro non vuol dire ricoprirlo di attenzioni vuote, formali, di apparenza. Vuol dire accoglierlo per quello che è. E quello che è, lo dice una tradizione che attraversa tutto il pensiero cattolico fino a San Tommaso, è un individuo spirituale: una persona unica e irripetibile, dotata di una dignità che non dipende da ciò che possiede né da ciò che produce. Un essere che chiede di essere conosciuto, atteso, compreso — un'accoglienza che va molto al di là di tutto ciò che si può acquistare in cartoleria. Dire che non serve metterlo al centro perché tanto è già viziato significa non aver capito né che cosa sia un capriccio, né che cosa sia un figlio.
Allora il bambino piccolo non ha bisogno di severità: ha bisogno di presenza e di amore incondizionati, perché solo una personalità sicura del proprio valore agli occhi di chi la ama potrà, più avanti, reggere i no veri e perfino credere a un Dio che lo ama. I limiti verranno, e saranno necessari — ma sulle questioni dove è giusto porli, e quando il bambino è in grado di riceverli. Il no non si mette come obiettivo. L'obiettivo è un altro: un orizzonte di formazione, una morale e un comportamento da far crescere dal di dentro. Il no, quando serve, è al servizio di quell'orizzonte. Da solo non vale nulla.
La collega aveva visto giusto, in fondo. Il problema di quegli astucci non sono le penne. È che è più facile riempire un astuccio che ascoltare un bambino. E nessuna marca, per quanto cara, copre quella distanza.
Riferimenti: Giuseppe Fioravanti, _Educare alla libertà_ (le tre fasi dell'educazione: «da», «di», «per»; il rispetto come obiettivo della prima infanzia; l'esame dei «no» necessari; il «permissivismo consumistico»). Rachele Sagramoso, _Siamo fatti per amare_, D'Ettoris 2024 (la lettera di R.P. su bisogni e «no»; la critica alla severità come rimedio mancato). San Tommaso d'Aquino (la persona come individuo spirituale, dignità che eccede il possesso).
