Allevare, addestrare, educare

 Un bambino di tre anni che impara a dire grazie può farlo per eseguire un comando, oppure può essere in via di acquisizione di quello che San Tommaso chiamava un abito, e tra le due cose — il comando eseguito e l'abito acquisito — passa la differenza tra allevare e educare.

Differenziandosi dall'addestramento comportamentista, l'educazione forma l'abito virtuoso: una disposizione libera al bene coltivata in famiglia.


Mercedes Palet, nei suoi studi su San Tommaso d'Aquino, smonta un equivoco che la psicologia contemporanea che imperversa sui consigli social ha reso quasi insormontabile: l'idea che "abito" significhi automatismo, la stessa cosa dell'abitudine al fumo o a controllare il cellulare prima di addormentarsi, cose che si fanno quasi senza volerlo e che infatti si vorrebbe smettere di fare. La stessa abitudine che oggi molti consulenti dell'educazione propongono come la via maestra per crescere i figli: routine scandite, rinforzi prevedibili, sequenze di stimolo e risposta ripetute fino a diventare automatiche, con tanto di tabelle, gettoni e premi a punti.
Funziona, perché produce comportamenti stabili. Anzi funziona così bene che è esattamente il principio con cui si addestra un cane a sedersi al comando, e il lessico è lo stesso: rinforzo positivo, condizionamento, training.

Dietro quel metodo però c'è un'idea precisa di chi sia il bambino: un sistema che risponde a stimoli.

Molto diverso da pensare invece che il bambino sia un essere con una volontà propria da formare, non soltanto un comportamento da calibrare. Allevare e addestrare, per quanto necessari nella loro sfera — un animale si allena, una pianta si coltiva — trattano il soggetto come oggetto del proprio intervento. Educare presuppone che il soggetto resti, dal primo all'ultimo giorno, soggetto libero.


L'abito di cui parla Tommaso, infatti, è l'esatto contrario di un automatismo: «L'abito è ciò che uno usa quando vuole». Non un meccanismo che agisce al posto nostro, ma una disposizione che resta sempre a disposizione della volontà, così che più si è abituati al bene, più si resta liberi di scegliere il bene, non meno.

Il comportamentismo guarda solo a ciò che è osservabile dall'esterno, quello che Tommaso chiamava azione transitiva. L'abito virtuoso invece riguarda le azioni immanenti, il modo in cui un essere umano pensa, vuole, ama dentro di sé prima ancora che questo si traduca in un gesto misurabile.


Un genitore può ottenere lo stesso gesto — il grazie detto, il compito fatto, il letto rifatto — per due strade opposte: imponendo una sequenza di rinforzi fino a renderla automatica, oppure accompagnando il figlio a desiderare quel gesto come proprio. Il risultato visibile è identico. Quello che cambia si vede solo nel tempo: se quella persona saprà ancora scegliere il bene quando nessuno la sta osservando e nessun rinforzo è in vista.


Anche la parola "abito" porta con sé un equivoco. Nell'uso comune evoca un vestito, qualcosa che si indossa sopra una persona, che sotto resta sempre la stessa. Tommaso intende l'esatto contrario: l'abito non riveste, ma trasforma: diventa una "seconda natura" — non perché si sostituisca alla prima ma perché rende l'esercizio della virtù talmente stabile e immediato da somigliare a un istinto. Aristotele lo diceva con una battuta: l'abito è difficile da cambiare perché assomiglia alla natura. Assomiglia, non lo è: resta qualcosa che si è acquisito, non qualcosa con cui si è nati, e per questo resta anche reversibile — cresce con l'esercizio e si corrompe con l'abbandono, come un muscolo che non si allena più.


Questo abito si forma — dice Palet riprendendo Tommaso — nell'utero spirituale della famiglia, prima ancora che il bambino abbia l'uso della ragione. Come nell'utero biologico il bambino non sceglie nulla e tuttavia riceve tutto ciò che gli serve per vivere, così nei primi anni la famiglia trasmette, attraverso l'amore quotidiano dei genitori più che attraverso le parole, quelle disposizioni che renderanno possibile, più avanti, scegliere liberamente il bene.

Non è indottrinamento: l'indottrinamento lavora sulla testa di chi già ragiona, mentre qui si lavora più in basso e più in profondità, sull'affetto che precede e prepara la ragione invece di occuparne il posto.


Resta da dire una cosa, perché altrimenti la famiglia rischierebbe di apparire come l'unica artefice di tutto. L'abito non è la grazia, e formarlo non equivale a produrla: sono due cause distinte, una di origine naturale e pedagogica, l'altra di origine divina, e nessun esercizio domestico, per quanto costante, può sostituirsi a un dono.

Quello che la famiglia può fare — e che nessun altro può fare al suo posto — è preparare nel figlio quella disposizione stabile a volere il bene su cui la Grazia, quando viene, troverà un terreno non ostile. È già moltissimo, ed è anche, esattamente, il limite oltre il quale un genitore non deve sentirsi né in colpa né in credito: il dono resta dono.


Resta un compito che non ha bisogno di essere ingigantito per essere importante: il lavoro quotidiano dei genitori, fatto di gesti minimi e ripetuti più che di grandi discorsi, è formare l'abito, non addestrare il comportamento. In un'epoca che tende a delegare la formazione del carattere a tecniche, metodi ed esperti esterni, farlo bene non è affatto poco.