Biblioteca
Nel 1971 un prete austriaco che aveva lasciato il sacerdozio pubblicò un libro che chiedeva di chiudere le scuole. Non di riformarle... di chiuderle.
Ivan Illich lo scrisse a Cuernavaca, in Messico, dove dirigeva un centro di documentazione (il CIDOC) frequentato da missionari, cooperanti e tecnici dello sviluppo. Da lì osservava un fenomeno che lo inquietava: i paesi poveri stavano imitando il modello scolastico occidentale, convinti che fosse la strada per uscire dalla povertà, e nel farlo abbandonavano forme di trasmissione del sapere che avevano funzionato per secoli. La diagnosi di Illich va oltre la critica ai programmi o ai metodi didattici: la scuola, sostiene, non produce né vera istruzione né sviluppo sociale, e la sua "riforma" perenne serve solo a rafforzarne il monopolio.
Il concetto chiave è quello di monopolio radicale. Non si tratta soltanto del fatto che lo Stato imponga la frequenza scolastica (l'obbligo), ma di qualcosa di più sottile: la società intera si è convinta che l'unico sapere che conta sia quello certificato da un'istituzione. Chi impara un mestiere da solo, chi si cura senza medico, chi si informa fuori dai canali ufficiali, viene guardato con sospetto tanto dai ricchi quanto dai poveri. Illich la chiama la scolarizzazione dell'intera società: la scuola diventa il modello anche per la sanità, la politica, i media, la famiglia.
C'è poi il programma occulto, quello che nessun insegnante scrive alla lavagna ma che ogni studente assorbe comunque: che l'apprendimento è una merce, che va dosata in classi ed età, che il valore di una persona si misura in crediti e diplomi. Secondo Illich l'effetto collaterale più grave non è l'ignoranza di chi non va a scuola, ma la sfiducia in se stessi di chi ci va: si impara a delegare la propria capacità di imparare a un'istituzione, e a considerare irresponsabile chiunque provi a fare altrimenti.
Alla demolizione segue la proposta, ed è la parte del libro che invecchia meglio. Illich immagina reti di apprendimento (nel testo originale, learning webs) organizzate attorno a quattro funzioni, non a un edificio: servizi che permettano di accedere a oggetti didattici — biblioteche, laboratori, musei, macchinari — senza l'etichetta di "sussidio scolastico" che ne limita l'uso quotidiano; centrali delle capacità, elenchi di persone disposte a insegnare ciò che sanno fare a chi lo chiede; un sistema di assortimento tra pari, per trovare compagni con cui condividere una ricerca o un interesse; infine un servizio di riferimento per educatori indipendenti, scelti non per il concorso vinto ma per la reputazione presso chi li ha già frequentati. Scrivendo prima di internet, Illich intuisce con una certa precisione che le reti di comunicazione avrebbero potuto sostenere questo modello... il che gli è valso, decenni dopo, l'etichetta di profeta involontario della rete.
Vale la pena resistere alla tentazione di arruolarlo tra i nostri. L'obiezione più seria che gli si può muovere riguarda proprio il punto da cui parte: l'apprendimento informale delle società pre-moderne che Illich idealizza era spesso rigidamente gerarchico, escludeva intere fasce di popolazione dalla cultura scritta e riproduceva la tradizione senza troppa possibilità di metterla in discussione. La scuola, con tutti i suoi difetti, ha aperto anche varchi di mobilità sociale che quei sistemi non conoscevano. E se il monopolio radicale della scuola fosse già oggi meno assoluto di come Illich lo descriveva — eroso non da una riforma ma dalla proliferazione stessa dei canali informali che lui auspicava — allora forse il problema non è più "descolarizzare" quanto capire cosa, delle scuole, valga ancora la pena tenere.
Schema sintetico
Testo: Ivan Illich, Descolarizzare la società (Deschooling Society, 1971)
Diagnosi — la scuola non produce sviluppo sociale né vera alfabetizzazione — monopolio radicale: solo il sapere certificato da un'istituzione viene riconosciuto come valido — programma occulto: si insegna a dipendere da un'istituzione per imparare, non a imparare — effetto più grave: la sfiducia nella propria capacità di apprendere senza intermediari
Proposta — le reti di apprendimento (quattro funzioni) — accesso a oggetti didattici (biblioteche, laboratori, musei, macchinari) — centrali delle capacità (chi sa fare qualcosa si rende reperibile a chi vuole impararlo) — assortimento tra pari (mettere in contatto persone con interessi di ricerca comuni) — servizi di riferimento per educatori indipendenti (scelti per reputazione, non per concorso)
Nodo critico — idealizza l'apprendimento informale pre-moderno, ignorandone le rigidità gerarchiche — non tiene conto della mobilità sociale che la scuola, pur coi suoi limiti, ha comunque prodotto
Fonti: Ivan Illich, Descolarizzare la società, 1971; sintesi e passaggi discussi anche su Wikipedia (voce "Descolarizzare la società") e sul blog atuttascuola.it.
.png)