Educazione e cultura: una critica radicale - Lev Tolstoj

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Tolstoj, Lev. Vospitanie i obrazovanie (Educazione e formazione culturale). Rivista Jasnaja Poljana, n. 7, luglio 1862. Estratti dalla traduzione italiana disponibile su criticamente.com.

Ritratto di Lev Tolstoj, Ilja Repin, 1887
Lev Tolstoj ritratto da Ilja Repin, 1887 (Galleria Tret'jakov, Mosca — immagine di pubblico dominio, Wikimedia Commons)

Tolstoj apre il saggio negando una premessa che quasi nessuno, prima di lui, aveva pensato di mettere in discussione: che un essere umano abbia il diritto di plasmarne un altro secondo un modello prestabilito. Se quel diritto esistesse, argomenta, dovrebbe valere allo stesso modo per un'università e per un seminario dogmatico; se non esiste per l'uno, non esiste per l'altro. Le nuove generazioni, del resto, si sono sempre ribellate a ogni forma di educazione loro imposta, ed è un segnale che Tolstoj prende sul serio.

Su questa base costruisce una distinzione che regge tutto il testo. C'è l'educazione in senso stretto (nel tedesco che usa, Erziehung): un'azione unilaterale e coercitiva, che obbliga qualcuno ad assumere determinate abitudini morali o a conformarsi a un modello deciso da altri. Tolstoj la definisce una forma di dispotismo morale, e vi legge persino un'invidia dell'adulto verso la purezza del bambino che sta cercando di correggere. Diversa è la formazione culturale (Obrazovanie, vicino al concetto tedesco di Bildung): l'insieme di tutto ciò che fa crescere una persona liberamente — esperienza di vita, gioco, lettura, lavoro, arte, scienza — senza che nessuno ne stabilisca in anticipo l'esito. In mezzo sta l'insegnamento in senso stretto, che di per sé non è né buono né cattivo: diventa educazione se è imposto ed esclusivo, formazione culturale se resta libero.

Da dove nasce, allora, il bisogno di educare, se non esiste un diritto a farlo? Tolstoj ne rintraccia quattro origini. La famiglia, nel desiderio naturale dei genitori che i figli somiglino a loro. La religione, nella convinzione che la salvezza dell'anima dipenda dall'adesione a una dottrina precisa. Lo Stato, nell'esigenza di formare funzionari e soldati utili ai propri fini. E l'alta società, nel bisogno di procurarsi complici e sostenitori attraverso l'orgoglio di casta — la meno logica di tutte, dice Tolstoj, e la più dannosa.

Da questa base muove una critica serrata alle istituzioni scolastiche del suo tempo, che considera inefficaci, ingiuste e dannose proprio perché fondate sulla pretesa di poter plasmare gli individui. Le scuole isolano l'allievo dalla realtà dietro quello che chiama un muro impenetrabile; lo allontanano dalla propria famiglia e dal proprio ambiente, fino a fargliene disprezzare le radici in nome di una vita artificiale che non produce nulla; riducono l'insegnamento a un rito recitato per superare un esame, generando pigrizia, menzogna e ipocrisia più che vera conoscenza. L'istruzione universitaria, in particolare, forma persone che restano spaesate una volta fuori dall'aula, capaci di applicare ciò che sanno solo alla letteratura o alla pedagogia stessa — un cerchio che si autoalimenta, perché chi ha ricevuto quel tipo di istruzione tende a riprodurla. I professori non sfuggono alla critica: Tolstoj li accusa di dispotismo intellettuale e nota come si guardino bene dal pubblicare le proprie lezioni, forse perché non reggerebbero al confronto. Aggiunge, infine, che il modello educativo europeo è semplicemente indigesto per un popolo russo abituato a un altro nutrimento culturale.

La tenuta di Jasnaja Poljana
La tenuta di Jasnaja Poljana, dove Tolstoj fondò la sua scuola per i figli dei contadini (immagine CC BY-SA, Wikimedia Commons)

Alla demolizione segue una proposta precisa: una scuola senza ingerenza educativa. La scuola, per Tolstoj, deve limitarsi a trasmettere informazioni e conoscenze, senza pretendere di formare il carattere dell'allievo o di prevedere le conseguenze morali di ciò che insegna — né deve interferire nella formazione delle sue credenze e opinioni. Gli allievi devono avere piena libertà di scegliere l'insegnamento che desiderano e di sottrarsi a quello che non li interessa. L'unica influenza educativa che Tolstoj considera legittima è quella spontanea di un maestro che ama e conosce davvero la propria materia: quell'amore, dice, si comunica da sé agli studenti, senza bisogno di essere imposto. È il modello che sperimenta nella sua scuola di Jasnaja Poljana, dove i programmi restano flessibili e si adattano di volta in volta alle domande degli allievi e alle competenze dei maestri.

Il saggio si chiude su un'affermazione che ancora oggi divide i lettori: le persone del popolo, non toccate da un'istruzione formale ma solo da influenze educative spontanee, sarebbero in media più forti, più giuste e più autosufficienti di chi ha ricevuto una scolarizzazione. Tolstoj arriva a suggerire che, mentre l'allevamento selettivo migliora le razze animali, l'istruzione formale indebolisca invece quella umana.

Quello che Tolstoj afferma in questo testo è una critica radicale non solo della scuola — come farà, un secolo dopo, Illich — ma dell'intero apparato che rivendica il diritto di educare: famiglia, religione, Stato e società vengono chiamati a rispondere della stessa pretesa, quella di plasmare un altro essere umano a propria immagine, prima ancora che di un metodo scolastico sbagliato.