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Tolstoj, Lev. Vospitanie i obrazovanie (Educazione e formazione culturale). Rivista Jasnaja Poljana, n. 7, luglio 1862. Estratti dalla traduzione italiana disponibile su criticamente.com.
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Tolstoj apre il saggio negando una premessa che quasi nessuno, prima di lui, aveva pensato di mettere in discussione: che un essere umano abbia il diritto di plasmarne un altro secondo un modello prestabilito. Se quel diritto esistesse, argomenta, dovrebbe valere allo stesso modo per un'università e per un seminario dogmatico; se non esiste per l'uno, non esiste per l'altro. Le nuove generazioni, del resto, si sono sempre ribellate a ogni forma di educazione loro imposta, ed è un segnale che Tolstoj prende sul serio.
Su questa base costruisce una distinzione che regge tutto il testo. C'è l'educazione in senso stretto (nel tedesco che usa, Erziehung): un'azione unilaterale e coercitiva, che obbliga qualcuno ad assumere determinate abitudini morali o a conformarsi a un modello deciso da altri. Tolstoj la definisce una forma di dispotismo morale, e vi legge persino un'invidia dell'adulto verso la purezza del bambino che sta cercando di correggere. Diversa è la formazione culturale (Obrazovanie, vicino al concetto tedesco di Bildung): l'insieme di tutto ciò che fa crescere una persona liberamente — esperienza di vita, gioco, lettura, lavoro, arte, scienza — senza che nessuno ne stabilisca in anticipo l'esito. In mezzo sta l'insegnamento in senso stretto, che di per sé non è né buono né cattivo: diventa educazione se è imposto ed esclusivo, formazione culturale se resta libero.
Da dove nasce, allora, il bisogno di educare, se non esiste un diritto a farlo? Tolstoj ne rintraccia quattro origini. La famiglia, nel desiderio naturale dei genitori che i figli somiglino a loro. La religione, nella convinzione che la salvezza dell'anima dipenda dall'adesione a una dottrina precisa. Lo Stato, nell'esigenza di formare funzionari e soldati utili ai propri fini. E l'alta società, nel bisogno di procurarsi complici e sostenitori attraverso l'orgoglio di casta — la meno logica di tutte, dice Tolstoj, e la più dannosa.
Da questa base muove una critica serrata alle istituzioni scolastiche del suo tempo, che considera inefficaci, ingiuste e dannose proprio perché fondate sulla pretesa di poter plasmare gli individui. Le scuole isolano l'allievo dalla realtà dietro quello che chiama un muro impenetrabile; lo allontanano dalla propria famiglia e dal proprio ambiente, fino a fargliene disprezzare le radici in nome di una vita artificiale che non produce nulla; riducono l'insegnamento a un rito recitato per superare un esame, generando pigrizia, menzogna e ipocrisia più che vera conoscenza. L'istruzione universitaria, in particolare, forma persone che restano spaesate una volta fuori dall'aula, capaci di applicare ciò che sanno solo alla letteratura o alla pedagogia stessa — un cerchio che si autoalimenta, perché chi ha ricevuto quel tipo di istruzione tende a riprodurla. I professori non sfuggono alla critica: Tolstoj li accusa di dispotismo intellettuale e nota come si guardino bene dal pubblicare le proprie lezioni, forse perché non reggerebbero al confronto. Aggiunge, infine, che il modello educativo europeo è semplicemente indigesto per un popolo russo abituato a un altro nutrimento culturale.
Alla demolizione segue una proposta precisa: una scuola senza ingerenza educativa. La scuola, per Tolstoj, deve limitarsi a trasmettere informazioni e conoscenze, senza pretendere di formare il carattere dell'allievo o di prevedere le conseguenze morali di ciò che insegna — né deve interferire nella formazione delle sue credenze e opinioni. Gli allievi devono avere piena libertà di scegliere l'insegnamento che desiderano e di sottrarsi a quello che non li interessa. L'unica influenza educativa che Tolstoj considera legittima è quella spontanea di un maestro che ama e conosce davvero la propria materia: quell'amore, dice, si comunica da sé agli studenti, senza bisogno di essere imposto. È il modello che sperimenta nella sua scuola di Jasnaja Poljana, dove i programmi restano flessibili e si adattano di volta in volta alle domande degli allievi e alle competenze dei maestri.
Il saggio si chiude su un'affermazione che ancora oggi divide i lettori: le persone del popolo, non toccate da un'istruzione formale ma solo da influenze educative spontanee, sarebbero in media più forti, più giuste e più autosufficienti di chi ha ricevuto una scolarizzazione. Tolstoj arriva a suggerire che, mentre l'allevamento selettivo migliora le razze animali, l'istruzione formale indebolisca invece quella umana.
Quello che Tolstoj afferma in questo testo è una critica radicale non solo della scuola — come farà, un secolo dopo, Illich — ma dell'intero apparato che rivendica il diritto di educare: famiglia, religione, Stato e società vengono chiamati a rispondere della stessa pretesa, quella di plasmare un altro essere umano a propria immagine, prima ancora che di un metodo scolastico sbagliato.
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