Mille e non più mille


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Negli ultimi tre anni una frase ha attraversato convegni, editoriali e podcast ricorrendo con la stessa disinvoltura nelle parole degli esperti e in quelle della gente comune: rivoluzione antropologica.
La si usa per l'intelligenza artificiale, con toni che vanno dal catastrofismo all'entusiasmo militante, come se fosse la prima volta che qualcosa di tanto grande ci capita addosso.
Non ho elementi né competenze per capire se questa rivoluzione in arrivo sia diversa da quelle precedenti.
È vero che le implicazioni antropologiche (sull'essere) e epistemologiche (sul conoscere) sono particolarmente palesi, ma ciò non vuol dire che altri momenti di svolta nel passato non siano stati altrettanto forieri di mutazioni antropologiche.
La rivoluzione industriale ha smontato l'assetto della famiglia, ridisegnato il tessuto economico e imposto un modello familiare che oggi diamo per scontato come se fosse sempre esistito.

La differenza vera non è tra un passato che si può studiare e un futuro che si può solo temere. È che sull'Ottocento abbiamo dati che coprono generazioni intere — natalità, urbanizzazione, struttura familiare — mentre sull'intelligenza artificiale abbiamo proiezioni.

Confondere questa asimmetria con l'idea che il passato sia comprensibile e il futuro no porta fuori strada: chi ha vissuto la rivoluzione industriale non sapeva come sarebbe andata a finire, esattamente come noi adesso. 


Guardare al passato per capire come funzionano i cambiamenti è un esercizio necessario. Guardarlo per rimpiangerlo è un'altra cosa, e i due approcci si confondono molto spesso.

Chi tratta il passato come un'età dell'oro da cui ci stiamo allontanando finisce per impoverire il presente. Ogni esperienza attuale viene letta come una perdita rispetto a un modello ideale, mai come qualcosa che vale di per sé. È un atteggiamento che scivola facilmente nel pessimismo. Se la traiettoria è comunque verso il baratro, informarsi e impegnarsi diventa tempo perso: resta solo la lamentela di chi non può tornare indietro.


Qui il discorso tocca la pedagogia, perché quell'atteggiamento non resta confinato ai convegni: si traduce in scelte educative concrete, e non delle migliori. Il rifiuto totale degli strumenti digitali a scuola, per dire, o il ritorno idealizzato a metodi "di una volta" preso senza discriminare cosa di quei metodi funzionasse davvero e cosa no. Sono scelte che nascono meno dalla riflessione pedagogica che dalla convinzione di vivere già dentro la fine di qualcosa.


E qui vedo una coincidenza: chi rimpiange il passato con questa intensità è quasi sempre anche chi, guardando avanti, vede un'apocalisse imminente o un crollo di sistema. Non sono due atteggiamenti che capita di trovare nella stessa persona per caso. Condividono la stessa cornice: l'idea che esista un ordine naturale delle cose rispetto al quale il presente è deviazione. Chi ragiona così legge il passato come il momento in cui quell'ordine era intatto, e il futuro come la traiettoria definitiva di allontanamento da esso — la stessa struttura applicata in due direzioni temporali opposte. Chi non parte da quella cornice può guardare al passato senza idealizzarlo e al futuro senza aspettarsi l'apocalisse, semplicemente perché non sta misurando il presente contro un ordine perduto (c'è probabilmente anche una funzione più intima in questo meccanismo, una specie di consolazione nel poter dire "lo sapevo che sarebbe finita così", che meriterebbe uno spazio a sé).


Si potrebbe obiettare che questa lettura vale poco per un cristiano, visto che anche la teologia cristiana parte da un paradiso perduto: Adamo nell'Eden, poi la caduta. Ma quella teologia non propone di tornare indietro. L'obiettivo è la comunione con Dio dopo il ritorno di Cristo, e per costruirla bisogna lavorare sul presente, non rimpiangere il passato.


L'obiezione coglie qualcosa di vero, ma non tutto. La tradizione cristiana non guarda avanti senza mai voltarsi: c'è tutta una corrente, da Ireneo in poi, per cui Cristo non porta a un futuro sganciato dall'Eden ma lo recupera — la recapitulatio, il nuovo Adamo che restaura ciò che il primo aveva perso. Lo fa in una forma più alta, non identica, tanto che la liturgia arriva a cantare la caduta stessa come felix culpa, colpa felice, occasione di un bene più grande di quanto ci fosse prima. E l'Apocalisse non chiude su un'immagine inedita: chiude su un giardino e un albero della vita, lo stesso paesaggio dell'Eden, trasfigurato nella Gerusalemme celeste.


Quindi il paradiso perduto resta, anche per il cristiano, un termine di paragone, ma cambia cosa ne fa. Il nostalgico vuole restaurare lo stato di prima, identico. L'escatologia cristiana usa quello stesso paradiso come promessa da compiere e superare, mai da replicare tale e quale. Non è "guardare indietro sì o no". È la differenza tra restaurare e compiere — ed è probabilmente il punto più utile di tutto questo ragionamento, quello che tiene distinta la fede dalla nostalgia travestita da fede.

Il paradiso non si restaura, si compie.


Quando si perde questa distinzione, produce fenomeni concreti. Negli ultimi anni si sono formati ambienti cattolici che non si dichiarano millenaristi — nessuno userebbe mai quella parola per descriversi — ma che nei fatti lo sono: attesa imminente di un crollo o di un castigo, lettura degli eventi contemporanei come segni escatologici letterali, rifiuto delle mediazioni istituzionali della Chiesa in nome di un'urgenza che si sente superiore a quella mediazione. Studiare a fondo il percorso millenario della Chiesa è un esercizio bellissimo. Il problema comincia quando dallo studio si passa a un'altra cosa: sentirsi investiti di una responsabilità che nessuna autorità ha mai riconosciuto, convinti di vedere ciò che agli altri sfugge.


Dove tutto questo arriva davvero a incidere è nel modo in cui si educano i figli, perché la pedagogia, tra i saperi di questo tempo, è quella più esposta all'idea che abbiamo dell'uomo — di chi sia, da dove venga, dove sia diretto. Damiano Felini in Teoria dell'educazione (Carocci), osserva che ogni discorso sull'educazione presuppone già una certa idea di cosa siano l'uomo e la società. Chi dedica spazio alla creatività lo fa perché pensa che l'uomo si realizzi esprimendo le sue potenzialità; chi coltiva la vita interiore presuppone una realizzazione nella dimensione spirituale; chi promuove la collaborazione invece della competizione sta già scommettendo su un'idea di soggetto sociale. Non è un caso, aggiunge Felini, che gli autori dei secoli passati — Tommaso d'Aquino, Locke, Kant, Gentile — costruissero la pedagogia come capitolo derivato della loro filosofia dell'uomo: il rapporto è, nelle sue parole, derivativo.


Se dietro ogni pedagogia c'è un'antropologia, dietro l'idea che il mondo stia per finire ce n'è una precisa: un uomo destinato all'apocalisse a breve termine va tenuto lontano da un mondo che sta per crollargli addosso. Da qui due estremi opposti, entrambi riconoscibili. C'è chi vive l'essere genitore completamente immerso nel mondo, senza filtro critico verso alcun stimolo esterno, come se scegliere ambienti e persone non fosse comunque un compito educativo. E c'è, all'estremo opposto, chi chiude i figli dentro un sentimento di sfiducia verso il mondo e verso l'essere umano stesso — una paura che si maschera quasi sempre da presunzione di capire meglio degli altri.


La pedagogia che diciamo fisiologica non sta a metà: sta proprio da un'altra parte.

Ritengo che la chiave sia tenere la barra dritta tra realismo e speranza, nella tensione tra il già e il non ancora senza sbilanciarsi mai fuori dal presente. Fisiologico, in questo senso, non è un termine filosofico astratto: significa conforme a come l'uomo è stato creato, che per costituzione è dinamico — sempre teso tra ciò che è già e ciò che non è ancora — ma mai staccato dal concreto qui e ora in cui quel figlio, quella classe, quella vita si trovano davvero a vivere.


Né restaurazione di un'età dell'oro, né attesa rassegnata di un crollo.


Chi si sente investito di una missione che nessuna autorità gli ha affidato finisce sempre per riservare la propria lettura a chi ha capito abbastanza da meritarla.

Una risposta fisiologica fa l'opposto: è umana, personale, realistica, alla portata di chiunque, anche di chi non ha studiato nulla di tutto questo. Non richiede una decodifica privilegiata dei segni dei tempi, perché nasce da come l'uomo è fatto, e da ciò che è inscritto nel nostro essere. E per questo vale per ogni tempo, non solo per questo.