Perché una pedagogia fisiologica è necessaria per una educazione integrale

 

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Il termine non nasce con questo sito. Lo usò Édouard Séguin a metà Ottocento, metodo fisiologico, per la metodica con cui educava i bambini con disabilità intellettiva, e Maria Montessori lo lesse durante il suo lavoro in clinica psichiatrica riconoscendovi, insieme a Itard, la radice di quella che avrebbe chiamato pedagogia scientifica. Oggi vorrei riprenderlo con accezione diversa, appogggiandomi all'intuizione di Rachele Sagramoso, sulla fisiologia come lente di comprensione dei fenomeni umani.

Un bambino non si sviluppa per comparti stagni, con la funzione cognitiva che corre avanti e il corpo, gli affetti, la volontà che aspettano il proprio turno; si sviluppa come organismo, secondo un ordine interno. Daniela Lucangeli lo documenta sull'apprendimento matematico. Prima di ragionare per simboli un bambino deve aver attraversato con i suoi tempi le tappe percettive e senso-motorie che vengono prima, e non per rispetto formale della sequenza: su quelle tappe il ragionamento simbolico si regge. Comprimerle produce prestazioni che somigliano alla competenza senza esserlo.

Maritain, ne L'educazione al bivio (1943), insiste sulla formazione della persona intera contro la riduzione dell'educazione a istruzione, e quello che propone non è un'aggiunta umanistica a un impianto già cognitivo ma un cambio di oggetto. L'oggetto dell'educazione non è la mente del bambino, con in appendice il suo corpo e il suo carattere. È la persona, quell'unità che la tradizione tomista descrive con la nozione di habitus, disposizione stabile in cui intelletto, volontà e affetti si muovono insieme. La Gravissimum educationis (1965) riprende lo stesso principio in chiave ecclesiale, parlando di educazione integrale della persona umana in vista del suo fine. Un curricolo che aggiunge un'ora di educazione emotiva e una di educazione civica a un impianto rimasto cognitivista nella sostanza, non recepisce quel principio.

Daniel Siegel offre l'equivalente empirico della stessa tesi quando parla di integrazione neurale, perché un cervello che funziona bene non è semplicemente quello più sviluppato ma quello in cui le parti, corticali e sottocorticali, razionali ed emotive, comunicano senza scavalcarsi. Chiedere un ragionamento astratto a un bambino il cui sistema nervoso non ha ancora integrato le basi sensoriali e relazionali non ne accelera lo sviluppo: gli chiede di simulare uno stadio che non ha raggiunto, e il conto si paga altrove, nell'ansia e nella fatica di tenere insieme un io che la scuola tratta come se fosse già arrivato.

Palet, ne La familia, educadora del ser humano, sostiene che la famiglia educa l'essere e non le prestazioni dell'essere; quando la scuola importa la logica della prestazione senza chiedersi che cosa quella prestazione sostenga, smette di fare pedagogia e pratica una selezione precoce, senza dirlo e forse senza accorgersene. Gli affetti, che una pedagogia solo cognitivista tratta come un disturbo della concentrazione più che come la sua condizione, lavorano nella stessa direzione: Neufeld e Maté hanno documentato che l'apprendimento procede nella misura in cui il bambino si sente in relazione sicura con chi lo educa, e che tolta quella base attenzione, memoria e motivazione funzionano a intermittenza, come un impianto con un contatto ballerino. Nessuna didattica, per quanto raffinata, ripara un attaccamento traballante.

Nosengo e Fioravanti, matrice italiana più diretta di questa impostazione, parlavano di pedagogia della persona proprio per segnare la distanza da ogni pedagogia dell'individuo-prestazione: la persona ha un'interiorità che matura secondo tempi propri, e chi educa ha il compito di accompagnarla, non di tirarla verso lo standard della classe.

"Fisiologico", allora, non è un vezzo lessicale. Indica ciò che segue la natura di una cosa invece di piegarla verso un risultato esterno, la differenza che passa tra allevare e coltivare. Si può allevare un bambino a colpi di obiettivi, come si allevano i polli in batteria: crescono, pesano quello che devono pesare, arrivano al peso-forma in anticipo. Oppure lo si coltiva, e allora bisogna conoscerne i tempi e rispettarli anche quando la classe corre più veloce.
Un'educazione integrale non si ottiene affiancando materie nuove a un curricolo rimasto quello di prima. Chiede di tornare alla domanda: questo bambino, in questo momento del suo sviluppo, è pronto per ciò che gli si sta chiedendo, o stiamo solo misurando quanto in fretta riesce a fingere di esserlo?